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IL TRENTINO INCONTRA I SUOI MISSIONARI IN America Trento, 26 settembre - 1 ottobre 2011
UN VIAGGIO CHE CONTINUA... Dall'America al Trentino, per parlare di missione, certo, ma anche della storia, dei problemi, delle potenzialità, delle speranze di un Continente il cui futuro è legato al nostro futuro. Stiamo parlando naturalmente dei nostri missionari in terra sudamericana giunti in Trentino per la terza edizione di Sulle rotte del mondo, manifestazione organizzata dalla Provincia autonoma di Trento e dall'Arcidiocesi di Trento
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Comunicati
Lunedì, 21 Novembre, 2011
dal giornale FOLHA ROSARIENSE della città di Rosario do Sul - Brasile
Sabato, 1 Ottobre, 2011
IL SALUTO DEL TRENTINO AI SUOI MISSIONARI DALL'AMERICA
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Ieri sera al teatro Sociale
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Si è conclusa sul palco del teatro Sociale, con tutti i missionari a cantare in coro "L'inno al Trentino", accompagnati dai ragazzi dell'orchestra Fuori Tempo di Martignano, la serata che simbolicamente segna la chiusura della manifestazione "Sulle rotte del mondo", organizzata dalla Provincia e dall'Arcidiocesi di Trento e dedicata in questa sua terza edizione al continente americano. A salutare i missionari e le missionarie l'assessore alla solidarietà internazionale e convivenza Lia Giovanazzi Beltrami, il vicario del vescovo don Lauro Tisi, il direttore del Centro missionario diocesano don Beppino Caldera, e in sala, tra il pubblico, il presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai.
La serata al Sociale è sempre un momento molto atteso e molto emozionante nell'ambito del già ricco programma delle "Rotte" (che oggi prosegue con un omaggio a padre Kino e in serata con la veglia missionaria). L'inizio è stato affidato alla musica: sul palco si sono alternati Carlos Leonardelli, che ha aperto con una poesia di Jaime Davalos, il trio Ledu Vallares, Carla Madrid e Jorge Lazzeri (un gruppo di "nuovi trentini"), il corpo di ballo cileno Huenihuen, il trio Chienara. Spazio quindi ai saluti, ai ringraziamenti, e ad alcune testimonianze, con l'assessore alla solidarietà internazionale e convivenza Lia Giovanazzi Beltrami, il vicario del vescovo don Lauro Tisi, il direttore del Centro missionario diocesano don Beppino Caldera, e tre dei quasi 150 missionari che hanno animato questa edizione delle "Rotte", padre Gianni Poli, suor Anna Quinterio e padre Graziano Beltrami. Quindi l'orchestra giovanile Fuori Tempo, diretta dal maestro Massimiliano Rizzoli ed esibitasi recentemente anche a Marcinelle, in Belgio (in occasione della commemorazione della tragedia del 1956), che ha eseguito gli inni dell'Europa e dell'Italia. E per il "gran finale", invitati dal presentatore della serata, il giornalista Marco Pontoni, tutti assieme sul palco, ad intonare l'"Inno al Trentino", con la promessa di continuare il cammino assieme, all'insegna dei valori del dialogo, della solidarietà, dell'amore. Quei valori di cui i missionari, in queste giornate, si sono fatti portavoce.
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Venerdì, 30 Settembre, 2011
SULLE ROTTE DEL MONDO: CULTURE INDIGENE E TEOLOGIE
Il tema dell'ultimo degli incontri pubblici organizzati nella sala Depero del palazzo della Provincia nell'ambito della terza edizione delle "Rotte del mondo" era dedicato al tema: culture indigene e teologie. A confrontarsi Edinho Batisa, coordinatore del centro di formazione e cultura indigena Raposa Serra do Sol, Stato di Roraima, Brasile, Alfredo Souza Dorea, impegnato nei quartieri "difficili" di Salvador, Brasile, dove la comunità afro-brasiliana l'ha insignito del titolo di "macro-ecumenico prete di strada", padre Gianfranco Graziola, nato a Rovereto, missionario della Consolata, coordinatore della pastorale sociale di Roraima, Brasile, Calixto Quispe, diacono della diocesi di El Alto , Bolivia, Maria Luisa Pizzi, ingegnere agronomo e ricercatrice, lavora nel Chaco argentino e padre Claudio Zendron, nato a Trento, missionario, attualmente provinciale dei comboniani in Ecuador. comboniano “L’America Latina si dovrebbe chiamare Amerindia” ha detto la moderatrice, la giornalista Antonella Carlin, in apertura dell’incontro, ricordando che nel continente vivono più di 50 milioni di indigeni.Padre Gianfranco Graziolaha ripreso lo spunto per affermare che “oggi in America latina esistono una pluralità di teologie, bisognerebbe tenere conto di tutte loro, in particolare delle teologie indigene, che sono vive, vitali, pur concependo la vita in maniera diversa dalla nostra, in maniera olistica. I popoli indigeni concepiscono la terra come madre, la Pacha Mama, quindi non afferrano la nostra visione che è spesso quella di una terra corrotta”. Edinho Batista ha parlato di un sogno che unisce, quello di costruire un mondo unito e solidale, “nonostante noi popoli indigeni abbiamo conosciuto 500 anni di massacri. Io sono qui oggi a nome di 700.000 indios per dire al mondo che lo sviluppo di qualsiasi continente non si fa massacrando gli altri esseri umani né distruggendo l’ambiente, così come oggi stanno facendo i governi di molti paesi e le grandi imprese. La cultura indigena prevede la divisione, fra tutti, delle ricchezze e il rispetto della natura. La teologia indigena lotta per la pace e la giustizia, costruendo un modello di vita dove tutti abbiamo la libertà di crescere e di vivere umanamente”. Callixto Quispe che ha iniziato l’incontro con un piccolo rito, gettando attorno dei petali, ha illustrato il suo cammino materiale e spirituale. “La mia famiglia è come quella di Abramo, errante e senza terra. Mio nonno a 15 anni mi consacrò come sacerdote Aymara, successivamente i miei genitori si convertirono alla Chiesa metodista, dove sono stato educato. Dopo essere rimasto orfano, sono entrato in seminario, pur non conoscendo la dottrina cattolica. A quel tempo ci dicevano che per abbracciare la parola di Dio dovevamo abbandonare la cultura aymara. Sono stato in seminario 7 anni e ho portato avanti due parrocchie, ma non mi son ordinato sacerdote. E’ stata un’esperienza importante, a contatto con i poveri. Successivamente ho riscoperto la mia cultura tradizionale, nell’ambito di un percorso ecumenico. Mi sono ordinato diacono solo nel 2002, e lì davvero ho vissuto un conflitto personale, fra le mie diverse appartenenze culturali. Ma alla fine ho deciso di essere sia aymara che cristiano, e di vivere pienamente queste due realtà”. In Brasile sono 110 milioni gli afroamericani, molti dei quali nello stato di Bahia. Alfredo Souza Dorea ha spiegato ragioni e modalità del suo lavoro con Casavida, ma prima ha intonato un paio di canti, ripresi subito in coro dai tanti missionari presenti che vivono e operano in Brasile. “Casavida ha iniziato lavorando con i bambini sieropositivi; abbiamo creato un centro diurno per accoglierli, lavorando al tempo stesso con i genitori. Io mi rapporto anche con la religiosità del Candomblè, venuta dall’Africa, scaturita dall’incontro fra le culture degli schiavi portati in America latina e il cristianesimo, che all’epoca veniva imposto con il battesimo. Si basa sul culto degli antenati, che si manifestano attraverso il corpo di un vivente. Oggi la Chiesa cattolica guarda con rispetto al Candomblè. Io ho sentito parlare tanto di Chiesa, in questi giorni, ma tutti noi siamo Chiesa, in Brasile la pensiamo così, lo Spirito soffia ovunque. Un grande vescovo afrobrasiliano ricordava che un tempo la Chiesa non stava con i neri, non ha condannato la schiavitù, non ha benedetto i quilombos (comunità create dagli africani fuggiti alla schiavitù). Solo oggi comincia a volerci bene. Diceva che non possiamo rinnegare i nostri antenati, la nostra storia, solo perché siamo cristiani. Noi oggi sappiamo che il nostro percorso verso Dio è un percorso verso la liberazione. Ed è un percorso che facciamo con tutte le minoranze, tutti gli emarginati.” Padre Claudio Zendron ha ripreso il filo del ragionamento: “Questo è l’anno internazionale degli afrodiscendenti, proclamato dall’Onu, ma per noi un anno non basta, ce ne vorranno 10. Oggi la grande comunità degli afrodiscendenti, 130 milioni in America latina, sta crescendo ulteriormente. E’ un segno di vitalità culturale. Oggi gli afrodiscendenti sono fieri di essere Negri. A Quito il centro che abbiamo creato serve a fortificare questa scelta. Il vero dramma in realtà è che non abbiamo una chiesa negra. Ma ci sono forme devozionali legate alla tradizione negra, come quella del Cristo nero di Daule. Per evangelizzare bisogna partire da lì." Infine Maria Luisa Pizzi, che hoa spostato il "fuoco" dell'attenzione nel Chaco argentino, dove vivono, oltre che molti discendenti di emigrati trentini, anche comunità indie. “Nella nostra regione gli indigeni sono stati spesso oppressi. Negli ultimi anni però i missionari hanno fatto un lavoro straordinario per salvare la cultura indigena e la sua lingua. Molti oggi pensano che gli indigeni in Argentina non esistono: in effetti la loro presenza è inferiore all’1%. E’ una popolazione molto vulnerabile, indifesa. Vedere l’impunità dei potenti mi ha portato a prendere la loro parte, non solo come ricercatrice ma anche come cristiana."
Venerdì, 30 Settembre, 2011
MISSIONARI, UNA RICCHEZZA PER IL TRENTINO
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Oggi la conferenza stampa con l'arcivescovo Bressan e l'assessore Beltrami di Marco Pontoni |
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Quasi 150 i missionari trentini in America, molti dei quali hanno accolto l'invito di Provincia e Arcidiocesi ad animare questa terza edizione delle "Rotte del mondo". E stamani, nella sala Depero della Provincia, dove da lunedì si susseguono gli incontri pubblici, si è tenuta la ormai tradizionale conferenza stampa per presentare il bilancio dei lavori di gruppo svoltisi presso il Centro missionario diocesano, nel corso dei quali sono state dibattute le problematiche più attuali e più urgenti per chi ha abbracciato la missione come scelta di vita, ed in generale per tutta la Chiesa. Presenti anche l'arcivescovo di Trento mons. Luigi Bressan e l'assessore provinciale alla solidarietà internazionale Lia Giovanazzi Beltrami, che hanno ringraziato i missionari per le preziose testimonianze che hanno portato in Trentino, non solo nel capoluogo ma anche nelle tante scuole visitate un po' in tutte le valli.
Un bilancio più che positivo, dunque, per questa terza edizione della manifestazione dedicata ai missionari trentini, che ha visto la sala Depero della Provincia riempirsi ogni giorno per partecipare ai dibattiti pubblici, attorno a temi che riguardano non solo il continente americano, come il rapporto fra economia ed ecologia, le migrazioni, le sfide della Chiesa (oggi pomeriggio si parlerà invece di culture indigene), e che ha visto anche un costante afflusso di pubblico alla casa-base allestita in piazza Duomo, dove le associazioni trentine hanno allestito i loro stand e presentato tutta una serie di proposte culturali. "Ciò che abbiamo in comune - ha detto l'assessore Beltrami rivolgendosi alle missionarie e ai missionari presenti in sala - è l'impegno nel sociale. Un impegno condiviso anche dal volontariato laico, dall'associazionismo. Uno degli obiettivi che ci eravamo proposti, infatti, era proprio quello di fare incontrare i missionari con il mondo delle associazioni, ed è un obiettivo che possiamo dire raggiunto. Tre i punti principali che sono emersi: la necessità di creare reti; il "fare comunità" anche qui, con il vostro aiuto (a volte basta anche solo una lettera, una mail); infine un'indicazione programmatica, operare per aprire spazi di autonomia, dire un no convinto al solidal-colonialismo, a progetti che creano dipendenza." L'assessore alla solidarietà internazionale ha anche aggiunto che il vero obiettivo raggiunto, con questa manifestazione, è il fatto stesso di averla resa possibile. "Se in un mondo in crisi la tendenza è quella di rinchiudersi nel cinismo, per noi in Trentino al contrario la via da percorrere è quella della solidarietà". Mons. Bressan è tornato a sua volta su una delle conseguenze più importanti delle "Rotte", ovvero l'animare le stesse comunità trentine. "Lo avete fatto con le vostre visite in questi giorni, lo faremo assieme domani con la veglia missionaria e poi ancora domenica, anche con numerose autorità civili. Grazie alla Provincia autonoma di Trento, che sostiene l'operato di ben 270 associazioni di volontariato nel solo settore della solidarietà internazionale, grazie al Centro missionario per avere reso possibile ancora una volta questo evento e grazie a voi tutti". A presentare le conclusioni dei lavori di gruppo sono stati padre Alberto Dellagiacoma (attività pastorali), suor Narcisa Berti (La parola di Dio nella comunità ecclesiale), don Bruno Morandini (Il ruolo della donna nella Chiesa), padre Graziano Beltrami (Movimenti migratori e turismo), padre Giacinto Franzoi (Progetti e associazioni). Innumerevoli gli spunti emersi nelle loro relazioni, impossibile sintetizzarli. Comune a tutti, però, come detto dall'arcivescovo Bressan, l'impegno a portare in dono Cristo e a stare, come Cristo, a fianco dei poveri. Comune, inoltre, la necessità di far crescere le chiese locali, specie di fronte al calo delle vocazioni che si registra in Occidente.
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Giovedì, 29 Settembre, 2011
SULLE ROTTE DEL MONDO: LE SFIDE DELLA CHIESA IN AMERICA LATINA
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di Marco Pontoni |
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Quarto e penultimo incontro pubblico della manifestazione "Sulle rotte del mondo", che ha visto confermato anche quest'anno, alla sua terza edizione, l'affetto che i trentini le riservano, con una sala Depero sempre affollata e un costante afflusso di pubblico alla casa-base di piazza Duomo, dove le associazioni di volontariato hanno allestito i loro stand. Oggi è stata la giornata dei vescovi - ben quattro - di origini trentine, alla guida di altrettante diocesi latinoamericane, chiamati a dibattere il tema: "Le sfide della Chiesa in America latina". Sul palco, Mariano Manzana, (nato a Mori, già direttore del Centro missionario diocesano, ordinato vescovo della diocesi di Mossorò - Brasile nel 2004), Lino Panizza Richero (vescovo di Carabayllo - Perù e segretario della Conferenza episcopale peruviana), Adriano Tomasi (nato a Meano, vescovo ausiliario di Lima - Perù e presidente della Commissione episcopale per l'educazione e la cultura della Conferenza episcopale peruviana) e Guido Zendron (già parroco di Vigolo Vattaro, ordinato vescovo della diocesi di Paulo Afonso, Stato di Bahia, - Brasile nel 2008). Con loro anche suor Antonietta Potente (dell'Unione delle suore domenicane di San Tommaso d'Aquino, teolog a e missionaria in Bolivia, attualmente docente di teologia all'Università di Cochabamba).
America latina e Chiesa, dunque, “straordinaria fucina di evangelizzazione”, ha detto in apertura il giornalista Piergiorgio Franceschini. E una fucina di idee, di stimoli, dall’incontro fra il messaggio evangelico e la povertà di tanta parte delle popolazioni. “Il contesto nel quale stiamo operando – ha detto mons. Manzana – è determinato da due grandi fenomeni: il relativismo da un lato e dall’altro il fondamentalismo, che non tiene conto del pluralismo della realtà, del suo carattere storico. La Chiesa ha fatto una scelta, quella di partire da Cristo. In America latina essa cerca di rimanere fedele a questo modello. Da lì vengono dunque alcune ‘luci’: innanzitutto la dimensione missionaria; poi l’importanza non solo di battezzare, ma di formare comunità, che si pongano al servizio della vita. Io sono il sesto vescovo di Mossorò, ma anche il primo straniero. Sono arrivato in un momento di crisi. Io penso sempre che per un po’ starò lì, ma poi dovrò andare, perché la Chiesa appartiene al popolo, è radicata nei luoghi. Da qui l’importanza di una pastorale vocazionale, che faccia crescere il clero locale. E poi l’importanza della vita, di una pastorale per la vita, perché viviamo in una cultura piena di segnali di morte. Cerchiamo in questo modo a dare risposte a sfide che sono certamente più grandi di noi.” Per mons. Richero, “partendo dalla Conferenza episcopale latinoamericana di Aparecida, dove, nel 2008, la Chiesa ha sfidato l’America latina ad essere, tutta missionaria, noi conosciamo i passi che dobbiamo fare. In primo luogo conoscere Cristo, in un incontro che cambia la vita. Poi, è necessario un cammino di formazione e quindi di annunciazione, che faccia crescere la Chiesa stessa. Abbiamo creato una università al servizio soprattutto dei poveri, perché quello della formazione era un problema fondamentale. Certo la Chiesa fa quello che può. Quando sono stato fatto vescovo, della parte più povera della città di Lima, non avevo nulla, neanche una chiesa, neanche una casa. Vivevo in macchina, era il mio ufficio peregrinante. Eppure per me questa è stata una grazia, perché stando sulla strada ho potuto conoscere la gente e i suoi problemi. In quarant’anni ho visto cambiare governi, ho visto fare tante riforme, per cambiare le ‘strutture’. E le strutture sono cambiate, ma non la società. Perché? Perché non sono cambiate le persone, non siamo cambiati noi.” Antonietta Potente ha parlato innanzitutto di ispirazioni. “In questo momento storico la prima ispirazione ci viene da questo strano diritto, che abbiamo tutti, uomini e donne, di partecipare alla storia, di esserne parte L’America latina per fortuna non è più quella di quarant’anni fa. Anche la Chiesa era diversa. Sono cambiati i popoli, che hanno cominciato a rivendicare i loro diritti, come in Bolivia, pur tra difficoltà a volte molto forti. Noi cristiani forse a volte facciamo fatica a fare questo sforzo, ad assumere questa realtà come ispirazione. Tardiamo molto a riconoscere i segni della storia e a fare comunità. Spesso la Chiesa non è comunità, è una struttura piramidale. Nel mio Paese ad esempio, la Chiesa ha avuto dei momenti in cui, durante la dittatura, a volte eroicamente, è stata con il popolo, a rivendicare una prospettiva di vita dignitosa. Poi è successo che quelli che difendevamo sono andati al governo, e noi non abbiamo più saputo cosa fare. Abbiamo paura, paura di perdere privilegi, paura del ‘comunismo’. Come mai noi cristiani vogliamo sempre fare i primi della classe, quando la nostra religione nasce in una piccola comunità, dispersa in tutto il mondo? Perché vogliamo solo perdonare e mai essere perdonati? E ciò avviene anche qui, non solo in America latina, certo in un mondo secolarizzato, ma che è sempre mondo!” “Credo che la storia della Chiesa, anche Perù – ha detto invece mons. Tomasi - sia cambiata molto negli ultimi anni, specie dopo la visita di Giovanni paolo II. Mai avevamo ascoltato un messaggio così forte: fame di Dio sì, fame di pane no. Quando vado nelle zone ricche e molto belle del Paese mi chiedono una fotografia, quando vado tra i poveri, mi chiedono una benedizione. Dobbiamo lavorare per la famiglia, per i bambini, per i giovani, e sono molti, che vogliono ascoltare la vocazione religiosa. Perché le nostre forze per animare la comunità sono insufficienti. Con comunità di 100.000 persone è difficile che il sacerdote possa arrivare a dare conforto a tutti. Tuttavia mi sento ottimista; non perché la Chiesa sia capace di affrontare tutte le sfide, ma perché è viva, e cerca delle risposte, e ha delle proposte, a partire dalla scuola, che spesso rappresenta il primo focolare per molti bambini. E poi sono ottimista perché vedo che nel popolo c’è una ricchezza spirituale e culturale fortissima, che emerge con forza nelle feste, nelle tradizioni che rivivono, ma anche nelle fatiche quotidiane.” Mons. Zendron ha parlato nuovamente di una sfida, ma una sfida che è innanzitutto personale, quella di trovare un equilibrio fra “ciò che la Chiesa è, ciò che vorrei che fosse. Nella mia diocesi vedo che si aprono nuove università. I giovani frequentano, studiano. Ma lì noi siamo completamente assenti. Proprio lì dove si formano le coscienze. Vediamo che in definitiva spesso si sacrifica un insegnamento profondo sul senso della vita alle leggi di mercato. I giovani escono preparati per il mercato, ma privi di valori. Molti giovani – essendo le università private – per pagare le rette arrivano a prostituirsi. Quali sono i limiti della Chiesa, oggi? La sua auto-occupazione. Noi ci vediamo, facciamo le nostre celebrazioni, ma poi la nostra presenza nel mondo è molto relativa. Se manca la prospettiva della missione la Chiesa comincia a perdersi. Se la fede è viva, nasce la sete di comunicarla, dovunque, specie negli ambiti dove si soffre di più, nelle comunità rurali e nelle carceri.” Nel dibattito col pubblico, sono emersi molti altri spunti, anche critici, interrogativi sulla “chiesa dei poveri”, sulla Teologia della liberazione (di cui si è parlato ieri), sul ruolo delle comunità di base, spesso trascurate dagli stessi vescovi se non delle conferenze episcopali, più preoccupate di mantenere in piedi le “strutture”. Un segno anche questo che “Sulle rotte del mondo” è tutt’altro che un evento rituale, che questi incontri fanno discutere, e sollevano problemi reali.
Domani alle ore 11 in sala Depero la conferenza stampa con i missionari trentini, per fare un bilancio dei lavori di questi giorni, nel pomeriggio, alle 17, sempre in sala Depero, l'ultimo incontro pubblico, sul tema "Culture indigene e teologie" e alle 21 la serata di chiusura al teatro Sociale di Trento.
Sulla webtv della Provincia le registrazioni degli eventi: www.webtv.provincia.tn.it/solidarieta/-sulle_rotte_del_mondo/
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Mercoledì, 28 Settembre, 2011
SULLE ROTTE DEL MONDO: MOVIMENTI E TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE
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Affollato incontro questo pomeriggio nell'ambito della rassegna dedicata ai missionari trentini in America
di Marco Pontoni |
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Si è parlato di movimenti di trasformazione sociale e di Teologia della Liberazione oggi per il terzo degli eventi pubblici organizzati nella sala Depero del palazzo della Provincia nell'ambito della manifestazione "Sulle rotte del mondo", dedicata in questa sua terza edizione ai missionari che operano in America. Sul tavolo dei relatori padre Fausto Beretta (nato a Molina di Ledro, comboniano, da anni in Brasile), Maria De Jesus Gomes (brasiliana, nel coordinamento nazionale del Movimento dei sem terra), padre Fabio Garbari (di Trento, veterinario e missionario, da anni in Bolivia), Silvia Valduga (roveretana, educatrice, coordina diversi progetti in Nicaragua, dove vive con la famiglia). L'incontro era molto atteso e ha visto una partecipazione di pubblico particolarmente calorosa. Emozione è corsa in sala quando, a più riprese, e aiutato anche dalla platea, il giornalista Paulo Lima, moderatore dell'evento, ha scandito i nomi di tanti protagonisti delle lotte a fianco dei poveri in America latina, vittime della violenza di chi li voleva mettere a tacere.
“Il mio incontro con la cultura del Brasile è stato uno shock - ha detto padre Beretta - ; quando sono partito avevo nel mio bagaglio le mie certezze, la mia preparazione eclesiastica, il frutto dei miei studi; adagio adagio ho visto l’esperienza missionaria come una nuova scuola. Ho cominciato a capire che se volevo aiutare i poveri, dovevo mettermi in ascolto, dovevo imparare da loro. Ed è qui che ho incontrato la Teologia della Liberazione. La mia cultura biblica si è incarnata della gente, è diventata esperienza di vita, di persone, di comunità. Lungo il cammino ho incontrato un grande educatore, Paulo Freire. Ho anche incontrato le altre Chiese presenti nel Paese, e ho capito che l’ecumenismo non lo si costruisce all’università ma sul campo, nell’incontro con i poveri, con la sofferenza. Ho anche incontrato il martirio, la morte. Preti uccisi perché scomodi, perché stavano dalla parte del popolo. Teologia della Liberazione per me ha significato dunque uscire dai libri, andare a scuola dai poveri, per i quali vale la pena di dare la vita, prendere coscienza che nella parola di Dio c’è posto per tutti, per la donna, per il nero, per gli indios, per tutti coloro che vengono emarginati ed oppressi.” Silvia Valduga, prima in Chiapas, poi in Nicaragua, ha raccontato un percorso con diversi punti di contatto con quello di padre Beretta. Studentessa in Scienze dell’educazione, ad un certo punto ha capito che qualcosa le mancava, che oltre alla formazione che aveva ricevuto, oltre ai libri, c’era qualcosa d'altro da scoprire. “Così sono andata in America latina, e ho scoperto un metodo, un approccio nuovo, che parte dalla vita. Ho passato un periodo con i contadini indigeni in Chiapas, poi sono andata a Città del Guatemala, nel Centro per i diritti umani della capitale, e quindi in Nicaragua. Da tutte queste esperienze ho lentamente appreso i fondamenti di una vera e propria educazione alla liberazione, che è poi un’educazione alla vita. Ed essa mi ha dato ciò che stavo cercando. L'approccio pedagogico si basa sul fatto che ad ogni persona viene riconosciuto un ruolo come agente di cambiamento nella società. L'accento è posto sulla necessità di far 'crescere' cittadini attivi, attenti, critici. In Nicaragua, inoltre, ho incontrato una pastorale che pone l’agire al centro dell’essere nel mondo, in favore della vita, attenta a ricercare soluzioni concrete, fattibili." Ed in questa accezione vita significa non solo poter vivere o meglio sopravvivere, soddisfacendo i propri bisogno di base, ma vivere nell’uguaglianza e nella giustizia. Padre Fabio Garbari ha spostato la "bussola" dell'incontro verso la Bolivia. “Prima di partire per l’America latina - ha raccontato- avevo fatto un anno al Punto d’incontro di don Dante Clauser, e e ricordo una domanda di don Evaristo Bolognani: 'E i poarèti, cosa i pensa ?' Ecco, questo in fondo è il senso della Teologia della Liberazione. Dobbiamo essere con la gente, con i poveri, portare avanti le loro speranze. Evo Morales in Bolivia ha rappresentato certamente una grande speranza di cambiamento; il primo indios eletto alla presidenza, con una maggioranza, alla seconda legislatura, addirittura del 64%. Ma ora le speranze dei popoli non coincidono più tanto con le sue idee e le sue azioni. E’ proprio di questi giorni la notizia della repressione del governo contro una marcia indigena per la difesa di un pezzo di territorio dove dovrà passare un’autostrada. In quanto al rapporto con la Chiesa, si è guastato quasi subito anche se Evo Morales in gioventù ne è stato molto influenzato. La Chiesa era abituata ad avere un ruolo importante nel Paese, anche nella mediazione dei conflitti, e si è trovata improvvisamente di fronte un leader carismatico, che si occupava molto più attivamente di cose come la sanità e la scuola. C'è stata forse anche un po' di gelosia da parte delle realtà ecclesiastiche." In Brasile, invece, qualcuno dice che la Chiesa è fin troppo dipendente da Lula, il carismatico ex-sindacalista leader del PT, oggi presidente, che ha sua volta ha incarnato le speranze di molte persone. Altri invece dicono che le cose non stanno così. Quello che è certo è che il Movimento dei senza terra, che ha 27 anni di vita, è stato fortemente influenzato dalla Teologia della Liberazione. ”I movimenti degli anni ’60 vennero appoggiati da Hèlder Camara, un grande vescovo e teologo, uno degli antesignani della teologia della Liberazione – ha ricordato Maria De Jesus Gomes - . L’Mst è nato nel 1979. Tre i pilastri su cui poggiava: la pastorale della terra, i sindacati e in generale tutti coloro che erano convinti che la riforma agraria fosse un passaggio necessario per l’evoluzione del Paese nonché per dare giustizia ai poveri. Il Movimento aveva e continua ad avere alla sua base le comunità ecclesiali di base, che hanno proposto nel tempo una lettura del ‘peccato strutturale del capitalismo’. Molte cose sono cambiate in Brasile dagli inizi, e in particolare con la presidenza Lula. Ma le famiglie che non hanno terra, in questo momento, sono 4 milioni. Quindi sì, ci sono stati dei miglioramenti, ma il problema della terra, cioè della riforma agraria, non è ancora stato affrontato come merita. Basti pensare che nel budget dello Stato le risorse per la riforma agraria sono irrisorie, una presa in giro”.
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Martedì, 27 Settembre, 2011
I TANTI VOLTI DELLE MIGRAZIONI ALLE "ROTTE DEL MONDO"
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Il secondo incontro pubblico della manifestazione dedicata ai missionari trentini in America di Marco Pontoni |
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"Sulle rotte del mondo" ha toccato oggi il tema delle migrazioni. E non poteva essere altrimenti, considerato che l'America, continente a cui è dedicata questa terza edizione della manifestazione, ha attirato fino ad un passato non lontano, milioni di europei, fra cui moltissimi trentini. A dibattere questo tema, nella sala Depero della Provincia, Norberto Bellini (fondatore in Paraguay delle Leghe agrarie di Misiones, costretto a lasciare il paese a causa della dittatura), don Angelo Gonzo (originario di Grigno, dal 1997 in Bolivia dove è stato vicario della Prelatura di Aiquile), padre Claudio Moser (di Palù di Giovo, francescano, dal 1969 nel Nord America, prima a Boston e poi a Toronto), Rosa Edith Tapia Pena (ecuadoregna, in Italia dal 1989, insegnante di danZa e presidente dell'Associazione Il gioco degli Specchi), Gino Tapparelli (docente di Sociologia all'Università di Bahia, Brasile, attivista per i diritti umani). Tre fondamentalmente le evidenze che emergono dalle testimonianze sentite: le migrazioni sono quasi sempre un prodotto di crisi economico-sociali laceranti, spesso generate, almeno in America latina, dalle dittature, ma anche dall'imposizione di modelli economici che impoveriscono le popolazioni; le migrazioni non vanno solo dal cosiddetto Sud del Mondo al Nord, Usa o Europa, esistono flussi migratori imponenti fra un paese dell'America latina e l'altro (ad esempio fra Paraguay e Argentina), o interni ad uno stesso paese; gli sforzi dei missionari, della Chiesa, di tante ong ed organizzazioni per i diritti umani, vanno nella direzione di intervenire da un lato sulle cause che provocano le migrazioni - in primis la povertà - e dall'altro sulle conseguenze, aiutando cioè le comunità dei migranti nei paesi di accoglienza. Un po' come fecero in passato tanti missionari trentini con i loro concittadini emigrati in Brasile, in Argentina, negli Usa e nelle tante altre mete di emigrazione.
Ad introdurre i lavori il giornalista Renzo Grosselli, che ha ricordato come una cifra compresa fra i 25 e i 29 milioni di italiani, in poco più di un secolo, sia emigrata all’estero. Il tema dell’emigrazione, insomma, che oggi viviamo pressoché esclusivamente in termini di politiche di accoglienza, in passato ci ha interessato in quanto popolo di emigranti. Gino Tapparelli ha parlato del "suo" Brasile, "un paese meticcio, che è nato meticcio. India, portoghese, nera, queste le tre componenti. Negli Usa vige un sistema di classificazione razziale ferreo: basta una goccia di sangue nero e sei classificato come tale. L’idea della mescolanza non esiste. In Brasile il meticciato, il sincretismo, sono realtà. Ma esiste razzismo anche in Brasile. Il Brasile può essere definito il paese più e meno razzista del mondo.” Tapparelli ha presentato anche alcuni progetti che sta realizzando a Bahia. Il primo, con l’aiuto della Provincia autonoma di Trento, riguarda i bambini che nascono nelle prigioni brasiliane, da donne carcerate. I bambini restano in prigione per i primi sei mesi, fino alla fine dell’allattamento; dopodiché, il progetto si preoccupa di cercare dei parenti che possano tenerli e farli crescere. Ma è la vita nel carcere ad essere l’esperienza più dura. Si tratta di carceri sovraffollate e assolutamente inadeguate ad ospitare un neonato. “Abbiamo denunciato questa situazione – ha detto Tappareli – rivendicando il diritto dei bambini ad avere uno spazio, un ‘nido’ adeguato all’interno del carcere. Speriamo di essere ascoltati” Il secondo progetto presentato dal sociologo riguarda l’università di Salvador, e consiste nella realizzazione di corsi sui diritti umani e sulla violenza, che vanno dalla teoria alla pratica. “Durante questi corsi abbiamo conosciuto le madri di ragazzi che sono stati uccisi dalla polizia. Noi e i nostri studenti seguiamo tutto l’iter giudiziario per far sì che possano avere giustizia. A Salvador, una città di sette milioni di abitanti, vi è una media di sette omicidi al giorno. Quelli commessi da poliziotti restano quasi sempre impuniti.” Norberto Bellini ha portato la bussola delle Rotte in Paraguay. “Nel 1865-70 il Paraguay ha combattuto contro i paesi vicini; da 1.200.000 abitanti, alla fine della guerra, ne erano rimasti 200.000. E’ stato il grande genocidio latinoamericano. La necessità di ripopolare il paese ha favorito le prime migrazioni dall’Europa, dall’Italia ma anche dalla Germania e più tardi dalla Russia. In Paraguay oggi il 30% della popolazione – in totale 6 milioni di abitanti - ha un cognome italiano. Dopo la Seconda guerra mondiale sono arrivati anche molti ex-nazisti, fra cui il famigerato Mengele, e fascisti dall’Italia. Ma ormai il grande flusso migratorio verso l’America latina si era fermato. Nel 1954 c’è stato il colpo di stato, del generale Strossner; per 35 anni siamo stati governati da una dittatura, che ha creato anche grandi latifondi per i fedelissimi del regime. I contadini sono stati obbligati ad andarsene dalle terre migliori, molti sono emigrati in Argentina, almeno 500.000. Fortunatamente la Chiesa è divenuta la voce di ‘quelli che non hanno voce’, soprattutto dei contadini, e ha avuto un ruolo determinante nella caduta del dittatore. In questo contesto noi lavoriamo per diffondere il cooperativismo nelle campagne, per far sì che i campesinhos possano rimanere nelle loro terre." Rosa Edith Tapia Pena, ecuadoregna emigrata in Trentino, dopo avere sposato un cooperante, ha spiegato le ragioni dell'esplosione del fenomeno migratorio nel suo paese, a partire dal 1999. “Ci fu una delle peggiori crisi economiche dell'Ecuador, in parte causata anche dalla guerra combattuta contro il Perù, in parte ai cambiamenti climatici, ma soprattutto alla deregulation neoliberista, che ha provocato un arretramento dello stato in i settori-chiave, a partire da quello bancario. Ciò non ha impedito la bancarotta, anzi, l'ha provocata, così come ha provocato la gigantesca operazione speculativa che ne è seguita. Nel 1999 lo stato ordinò il fermo bancario: nessuno poteva più ritirare i suoi risparmi. Questo congelamento rappresentò di fatto il trasferimento di 2500 milioni di dollari dei risparmiatori nelle mani del governo e poi di nuovo delle banche. La gente subiva e basta, non era nemmeno informata della situazione perché gli organi di informazione erano controllati dai soliti gruppi di potere. Nel giro di un anno sono emigrate circa 700.000 persone. I primi ecuadoregni sono comparsi in quel periodo anche in Trentino". Qualcosa del genere vale anche per la Bolivia, di cui ha parlato don Angelo Gonzo, recentemente rientrato a Trento. Lì, però, i flussi migratori spesso sono stati anche interni ai confini boliviani, seguendo le varie fasi dello sviluppo economico, dell'espansione della frontiera verso l'Amazonia, degli effetti della riforma agraria, della diffusione della coltura della coca. Le tensioni che ne sono seguite non si sono sopite neanche oggi che al governo c'è un indios, Evo Morales. Parte dei migranti si spostano dalle campagne verso le città, un fenomeno molto noto nei paesi poveri. Ma nelle città, se possibile, i problemi risultano addirittura amplificati. "La lezione che dobbiamo trarne è innanzitutto che per conoscere profondamente i fenomeni migratori bisogna conoscere la storia del paese, le cause che li hanno generati." Solo così si possono evitare facili generalizzazioni, pregiudizi, superficialità. Ma ci sono anche paesi che l'immigrazione la incoraggiano, come spiegato da padre Claudio Moser, ad esempio il Canada. "Per tenere in equilibrio i costi pubblici, in un paese già fortemente indebitato e che per quanto riguarda il welfare segue il modello europeo piuttosto che quello statunitense, bisogna bilanciare la percentuale di forza lavoro attiva e di quella non attiva, specie se la popolazione in generale invecchia. Il Canada ha 'importato' negli anni, da tutto il mondo, quote crescenti di forza lavoro, perlopiù per i lavori di più basso profilo. Ma non quanta ce ne vorrebbe, secondo una recente indagine del governo, ovvero un milione di persone all'anno". Ovviamente, le migrazioni "servono", ma vanno gestite, soprattutto in termini di servizi offerti a chi arriva per la prima volta in un paese. E ciò non è sempre facile né indolore.
Ricordiamo e in piazza Duomo, presso la casa-base della manifestazione, le associazioni di solidarietà internazionale che operano in America latina si presentano tutti i giorni a partire dalle ore 15 con i loro stand. Dalle 18.30, sempre in piazza Duomo, la rassegna di cinema latinoamericano ed incontri con i registi. Ma ci sono anche le mostre. Al centro di formaione alla solidarietà internazionale, in vicolo San Marco 1, "Insieme per il Cile", mostra fotografica del gruppo Huenihuen. Nell'atrio del palazzo della Regione, in via Gazzoletti, "Voz proia", esposizione di bambole del Chiapas a cura dell'associazione Crogiuolo-Mestizaje, "Alle radici del cielo - Hawa pachapakak sapicuna, Ecuador", mostra fotografica a cura dell'associazione Pachamama-Madre Terra, "Bianco colore Perù", mostra fotografica di Gianluigi Cannella per la Fondazione Canossiana. Nella sala Thun del Comune di Trento, "L'alleanza internazionale degli abitanti. Argentina, Messico e Brasile", mostra fotografica a cura dell'associazione In.Co. A palazzo Saracini Cresseri, sede Sat, in via Manci, infine, la mostra "Bolivia, a un passo dalle nuvole", mostra fotografica di Michele Rossi.
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Lunedì, 26 Settembre, 2011
SULLE ROTTE DEL MONDO: UN VIAGGIO CHE CONTINUA
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Stamani l'apertura della manifestazione con il benvenuto del Trentino ai suoi missionari in America di Marco Pontoni |
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Si è aperta stamani nella sala Depero del palazzo della Provincia la terza edizione della manifestazione “Sulle rotte del mondo”, organizzata dalla Provincia autonoma di Trento e dall’Arcidiocesi di Trento e dedicata quest’anno ai missionari trentini – poco meno di 150 – che operano in America. Sul palco, per questo primo saluto, introdotti dal capufficio stampa della Provincia Giampaolo Pedrotti, mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento, suor Liliana Defrancesco, attualmente in Brasile, stato di Bahia, mons. Mariano Manzana, ordinato vescovo di Mossorò, Brasile, nel 2004, mons. Lino Panizza, vescovo di Carabayllo, Perù e segretario della Conferenza episcopale peruviana, e il presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai. Tra il pubblico, i missionari e le missionarie che saranno protagonisti assoluti di queste giornate, portando la loro esperienza di vita, le loro testimonianze, i loro ricordi ma anche i loro progetti, che come sempre – e dopo le “Rotte”, con ancora maggior slancio – continueranno ad essere sostenuti dalla comunità trentina.
“In un momento in cui il mondo sta diventando sempre più un villaggio globale – ha detto il vescovo Bressan, rivolgendosi ai missionari e alle missionarie che affollavano la sala, assieme a tanti laici, volontari, e a tante autorità – è molto importante per noi aprirci. L’America è un immenso continente, quasi un milione di abitanti. In queste giornate, e grazie alle vostre preziose parole, potremo conoscere meglio i suoi vari aspetti. I trentini sono presenti in America da vari secoli; in Brasile l’unica persona dichiarata santa è una trentina, suor Paolina Visintainer, e trentino è l’unico italiano che ha una statua in Campidoglio, padre Kino. Di altri missionari ormai non sappiamo più nemmeno il nome, ma tutti hanno lasciato una traccia importante. Molti di essi hanno accompagnato il cammino dei nostri emigrati, scrivendo pagine bellissime della trentinità, molti si sono spinti luoghi remoti e difficili, spesso vivendo in povertà, in zone pericolose, facendo un enorme lavoro di promozione religiosa e umana.” Suor Liliana Defrancesco, “suor Berta”, di Moena, ha portato in dono la commozione che è quella di tanti missionari che tornano in Trentino molto tempo. “Eccoci, qui – ha detto – abbiamo risposto al vostro invito, perché ci sentiamo davvero trentini fino in fondo, perché da qui attingiamo la linfa per il nostro impegno. E’ molto bello vedere quanto è forte l’affetto e l’attenzione che le autorità civili e religiose e in generale tutta la popolazione, ci riservano. Sì, siamo testimoni del mondo, di tante ingiustizie che vediamo e che a volte subiamo. Amiamo i popoli dove Dio ci ha mandato, soffriamo con loro, gioiamo con loro, combattiamo con loro. Godiamo delle reciproche differenze. Ci sentiamo responsabili di tutto e di tutti. E come ci ha cambiato la missione! Siamo partiti con il nostro bagaglio di certezze, e oggi, dopo tanti anni, ci sentiamo più fragili e più umili. Ma nel contempo ci sentiamo anche più saldi e fiduciosi. Siamo araldi della vostra sensibilità e generosità.” Monsignor Manzana, originario di Mori, ha ricordato i primi “missionari”, a partire dall’apostolo Paolo. “Gli Atti degli Apostoli sono il paradigma di ogni esperienza di fede – ha detto - . E sempre portiamo la comunità trentina nel nostro cuore, perché da qui siamo partiti per aprirci a tutto l’uomo, nella sua pienezza, nella sua umanità, come Gesù ha fatto. Nel tornare, in questi giorni, ci sentiamo accolti e sostenuti, sul piano spirituale e materiale. Al tempo stesso oggi ci sentiamo un ponte fra culture diverse; non siamo solo trentini, non siamo brasiliani, peruviani, americani. Siamo uomini di più culture, posti al servizio del mondo e della vita, nelle sue tante manifestazioni, e vogliamo dare, in questi giorni, il meglio di noi a ciascuno.” “Dei grandi problemi che viviamo oggi nel Nord e del Sud del mondo molti sono comuni – ha detto invece monsignor Panizza – , e uno dei principali è quello dell’identità. Ringrazio per questo incontro, perché mi ha aiutato proprio a riscoprire la mia identità. Sono nato ligure, sono diventato trentino, davvero camminando ‘sulle strade del mondo’. Tutti noi che abbiamo lasciato la nostra terra ci sentiamo un po’ come San Vigilio, che ha portato in dono a queste valli la fede. La fede è responsabilità: non possiamo tenerla per noi, dobbiamo portarla al mondo, dobbiamo trasmetterla. La grande sfida lanciata dai vescovi dell’America Latina è questa: la missione non finisce mai, ed è ovunque. La nostra vita dev’essere la nostra missione.” Infine il presidente Lorenzo Dellai, che ha portato il benvenuto ai missionari e alle missionarie da parte di tutti i trentini e ha ringraziato l’assessore alla solidarietà internazionale e convivenza Lia Giovanazzi Beltrami, che segue fin dall’inizio l'iniziativa. “Questo non è un evento spot, non ha nulla di effimero – ha detto Dellai -, è un momento importante di riflessione e di testimonianza, e serve in primo luogo al Trentino, chiamato oggi a confrontarsi con problemi e cambiamenti di vasta portata. Perché questa manifestazione? In primo luogo per dirvi un grazie corale e sincero, che compensa solo in minima parte il grande valore della vostra esperienza. Un grazie che è a sua volta in un’assunzione di responsabilità, da parte di una comunità che non intende perdersi nelle derive del cinismo e dell’egoismo. Inoltre noi siamo convinti che in questa settimana sia possibile dare ulteriore forza e convinzione a quella straordinaria rete di esperienze di cooperazione allo sviluppo che le associazioni trentine hanno costruito negli anni. Una rete che è parte di quella più vasta cultura della solidarietà che viene alimentata da tutti, istituzioni, enti pubblici, cittadini una cultura che la Provincia non abbandonerà mai. Infine, continuiamo a portare avanti questa manifestazione perché siamo convinti – come abbiamo ribadito anche in occasione dell’ultima festa dell’Autonomia - che possiamo essere autonomi eppure al tempo stesso aperti agli altri. La crisi economica globale suscita incertezze e paure per il futuro. Il rischio è che tutto questo produca una sorta di regressione culturale, di ripiegamento; ci sono segnali inquietanti in tutta Europa di questa involuzione. Se succedesse anche da noi sarebbe la fine dell’Autonomia così come l’hanno concepita i nostri padri, un’Autonomia fatta di assunzione di responsabilità. Credo quindi che sentire la vostra testimonianza possa rappresentare un antidoto che noi assumiamo per neutralizzare questi rischi, o quantomeno renderli meno insidiosi. Tre buone ragioni dunque per continuare su questa strada e un grande grazie, di nuovo, a tutti colori che portano avanti i valori della solidarietà e della condivisione, che sono valori fondanti dell’identità trentina.”
La manifestazione si è chiusa sulle note del gruppo musicale Munay dalla Bolivia.
La manifestazione prosegue nel pomeriggio, alle ore 15 con l'apertura degli stand delle associazioni di volontariato trentine che operano in America Latina, presso la casa-base dell'evento, in piazza Duomo a Trento. Alle 18.30, sempre in piazza Duomo, l'inizio della rassegna di cinema latinoamericano (sarà presente il regista brasiliano Marcel Cordeiro) e alle 20.30 i video realizzati dai giovani del Servizio civile volontario nell'ambito del progetto "Es.ser.ci nel mondo Plus", coordinato dall'Ufficio servizio civile della Provincia, assieme alla Scuola di formazione alla solidarietà internazionale e a Wasabi. Alle 17, in sala Depero, invece, il primo degli incontri pubblici a tema, dedicato a "Economia ed ecologia".
Informazioni sul sito: www.missionetrentino.it
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Lunedì, 26 Settembre, 2011
SULLE ROTTE DEL MONDO: ECONOMIA ED ECOLOGIA
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Primo incontro pubblico oggi nella sala Depero della Provincia di Marco Pontoni |
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Primo incontro pubblico oggi nell'ambito della terza edizione de "Sulle rotte del mondo", dedicato al tema "Economia ed ecologia". In sala Depero don Ermanno Allegri (oggi a Fortaleza, Brasile, fondatore dell'agenzia di notizie Anote), Emanuela Evangelista (biologa, impegnata nella difesa dell'Amazonia), Adriana Ivonne Sosa Villacrès (esperta in sviluppo sostenibile, segretaria generale della Fondazione Chankuap) e suor Miriam Zendron (insegnante e missionaria in Brasile).
A portare i saluti al pubblico – in particolare ai molti missionari presenti - l’assessore provinciale alla solidarietà internazionale Lia Giovanazzi Beltrami, che ha spiegato come le tematiche che si discuteranno in questi giorni “riguardano anche noi, non solo l’America, perché il mondo è sempre più interdipendente e intrecciato. Siamo qui per ascoltarvi, siamo qui per imparare. Ieri al concerto degli Otros Aires, un gruppo ispano-argentino, con il quale abbiamo voluto dare il 'la' a questa nuova edizione delle Rotte, c’erano molti ragazzi, che dopo lo spettacolo ci hanno chiesto di che cosa si occupa questa iniziativa e cosa fanno i missionari trentini nel mondo. Ecco uno degli obiettivi che ci proponiamo: avvicinare a voi anche persone che appartengono a mondi apparentemente lontani, per conoscerci, per creare nuove relazioni. E per dirvi con sincerità e orgoglio: siete parte di noi.” Introdotti dal moderatore Giorgio Viganò, i relatori si sono quindi addentrati in un tema non facile, oggetto anche di numerosi atti della Chiesa, il rapporto fra economia, ecologia, società. Emanuela Evangelista è partita dall’analisi della grande crisi economica in corso nel mondo: “A Londra negli ambienti d’affari ho sentito dire che la crisi è stata causata da un uso irresponsabile delle risorse economiche, in particolare della risorsa capitale. Anche sul piano ambientale è la stessa cosa: anche qui la crisi è determinata da un uso miope, irresponsabile delle risorse, questa volta ambientali. Economia ed ecologia sono due parole che hanno la stessa radice, eppure le pensiamo in antitesi. Pensiamo all’ambiente fino a quando non riteniamo che esso interferisca con l’economica, con il benessere. E’ un errore di fondo. Non si può fare economia senza ecologia, senza conoscere la ‘casa’, il luogo in cui viviamo, la terra. Io vivo in Amazonia, l’ultima grande foresta tropicale rimasta sul pianeta. Perché la foresta è economicamente importante? Come facciamo a monetizzare questa importanza? Innanzitutto le foreste influenzano la vita del pianeta. Esse stabilizzano il clima, assorbono il gas serra. Ma oggi il 20% delle emissioni globali del pianeta proviene dalla distruzione delle foreste. Solo i trasporti fanno peggio. Le foreste determinano la caduta delle piogge, e l’acqua serve anche all’industria. Ed ancora: le foreste conservano al biodiversità. Biodiversità che stiamo perdendo, disboscando le foreste tropicali. Essa ha un valore. Dobbiamo monetizzare questo valore. Dargli un peso economico.” Per don Ermanno “qualcosa non convince nelle analisi correnti sulla crisi. Chi l’ha causata sapeva quello che stava succedendo; nessuno di loro ci ha perso, nessuno è andato in prigione. Gli indios paragonano la storia ad una spirale, che sale e che periodicamente viene distrutta. Una di queste distruzioni è stata provocata in America dall’arrivo dei bianchi. Eppure il bene alla fine vince, ogni 500 anni, secondo le loro tradizioni, subentra una sorta di ‘salto verso l’alto’. Oggi stiamo vivendo questo salto. Da un lato c’è l’annuncio di un disastro, quello del sistema capitalista, della globalizzazione; ma dentro a questo disastro l’America Latina ha raggiunto, negli ultimi 20 anni, a traguardi importanti. Oggi l’America Latina può dire: in casa mia comando io. Non vale per tutti i paesi, certo, ma per molti sì. L’Ecuador dal 2000 ha deposto 4 presidenti in pochi anni. Non è cosa facile. Puoi farlo solo se hai coscienza, organizzazione, capacità. E’ il segno di un cammino che è stato fatto. In Brasile, Bolivia, Venezuela, America centrale sono successe cose analoghe. In Cile da alcuni mesi gli studenti sono in fermento; molti abbandonano l’università perché non possono pagarsela. E dicono: l’università sarebbe gratuita se il rame cileno fosse nostro. Sono eventi nuovi, segnali del fatto che la gente non accetta più passivamente il modello vigente. E c’è un cambiamento in corso anche nei paesi islamici. Cos’hanno in comune questi eventi? Una visione del bene comune. Una nuova etica.” Ivonne Sosa, dall’Ecuador, ha portato l’esperienza del proprio lavoro con gli indios della regione Amazonica, un piccolo-grande esempio di attività economica ecosostenibile. “Abbiamo cercato di dare impulso alle colture tradizionali, che già praticavano nei loro orti, seguendo tutta la catena di valore. L’obiettivo, produrre un surplus per commercializzarlo – attraverso i canali del commercio equo e solidale - o trasformarlo. Oltre ad incentivare la produzione nel rispetto dell’ambiente, questo processo garantisce ad ogni passaggio la qualità del prodotto. Abbiamo anche conservato e rilanciato produzioni locali che rischiavano di scomparire, e migliorato delle pratiche dannose per l’ecosistema. Al centro di tutto c’è naturalmente l’uomo. L’importante è pianificare assieme alle popolazioni interessate ogni attività. Del programma beneficiano 1400 famiglie di produttori, per un totale di circa 7000 persone.” Infine suor Miriam, già insegnante al Sacro Cuore di Trento, poi l’esperienza di un anno sabatico in Brasile, dove è tornata, nel 1995, per stare con i più poveri. “Noi missionari siamo quelli dell’esperienza, non abbiamo forse risposte ai grandi temi economici, ma possiamo portare la nostra testimonianza, spiegare che cosa ci sforziamo di fare. Dove opero io il 55% della popolazione vive ancora in povertà estrema. Certe strade sono formicai di persone senza prospettive. Ad un certo punto sono arrivate delle famiglie di senza terra, che hanno occupato spazi incolti sperando di risolvere così i loro problemi. Ma è stata una speranza di breve durata: le terre, anche una volta concesse, inaridivano, i raccolti seccavano. Mancava una conoscenza tecnica specifica. Così, abbiamo avviato un progetto, anche con l’aiuto della Provincia autonoma di Trento. Un progetto non-assistenziale, che facesse crescere la comunità e la mettesse nella condizione di dar vita ad una cooperativa. Si è realizzato quindi l’incontro di due mondi, di due culture: il mio mondo, e in quel ‘mio’ includo tanti volontari, che ci hanno dato una mano, un mondo dove l’aria cooperativistica era respirata fin dall’infanzia, e il mondo locale, che veniva da esperienze molto dure, anche a causa del latifondo, estremamente diffuso in Brasile, e che sentiva la necessità di unire le forze. L'esperienza sta portando i suoi frutti, anche grazie all'aiuto dei trentini, e dimostra che è possibile impostare un'economia al servizio dell'uomo, dove a contare è non l'avere ma l'essere."
Il prossimo incontro, domani, martedì 27, alle ore 17, sempre in sala Depero. Il tema: "Movimenti migratori". ll programma completo sul sito: www.missionetrentino.it
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Sabato, 24 Settembre, 2011
Alle 11 l'apertura della manifestazione nel Palazzo della Provincia con i missionari trentini in America
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LUNEDI' AL VIA "SULLE ROTTE DEL MONDO"
di Marco Pontoni |
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Al via lunedì - 26 settembre - Sulle Rotte del Mondo, l'attesa manifestazione organizzata da Provincia autonoma e Arcidiocesi di Trento che quest'anno, alla sua terza edizione, "riporta a casa" i missionari trentini che operano nelle Americhe. L'apertura avrà luogo nella sala Depero della Provincia, alle ore 11, assieme, fra gli altri, al presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai e all'arcivescovo di Trento Luigi Bressan.
Nel pomeriggio, alle ore 15, l'apertura degli stand delle associazioni di volontariato nella "casa-base" dell'evento, in piazza Duomo, e alle ore 17, di nuovo il Sala Depero, il primo degli incontri pubblici previsti per questa edizione, dedicato al tema: "Economia ed ecologia". Gli incontri saranno anche trasmessi in differita dalle emittenti televisive locali.
Il programma dettagliato della manifestazione, che comprende anche mostre fotografiche, rassegne di film, presentazioni di libri e altre iniziative pubbliche, sul sito: www.missionetrenino.it
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